Storie di ordinario razzismo

Doveva avere sui 20, massimo 25 anni. Vestito in modo povero ma dignitoso. Entrando nel bar per chiedere l’elemosina, il barista gli da un benvenuto eloquente: “oggi è festa, non si lavora”.

Devo dire che non ho simpatia per l’elemosina: se sei un ragazzo giovane e nel pieno delle forze, faresti meglio a trovare un modo per renderti utile.
Una signora, che evidentemente la pensa come me, gli dice “soldi non te ne do, se vuoi ti offro la colazione”. Lui accetta e ordina un latte macchiato. Io mi offro di pagare il croissant.

Il barista lo serve con insofferenza mentre io e la signora finiamo il nostro caffè scambiando due parole. È nigeriano. Dice “Niggiria… lontano”.

Chiede un bicchiere d’acqua al barista. “Non fredda, per piacere”.
“No. Te la do fredda, così ti rinfreschi il cervello”.
Non dico nulla al barista: sarebbe inutile. Solo un sorriso di conforto al ragazzo.

Noi paghiamo e andiamo via, mentre lui rimane solo a consumare la colazione al bancone. Poco dopo lo vedo uscire: finirà il suo croissant passeggiando sul marciapiede. A che serve stare lì dove non si è accolti?

Chissà se il ricordo di due persone amiche basti a sopportare il peso di un’altra che ti fa sentire sbagliato.

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