Il Ritmo che guarisce

(testo scritto nel maggio 2006)

Tra tutti gli orpelli inutili che ci propina il mondo, oggi primeggiano fiere due sorelle: la fretta e l’ansia.
A far loro compagnia non ci sono solo le tecnologie e i mass media ma, ahimè, anche le menti preoccupate di chi per scelta o per necessità ha dovuto conformarsi al ritmo frenetico della società, digerendone le leggi.
Uno sguardo distaccato della città e delle sue abitudini è sufficiente per accorgersi che qualcosa di perverso si è impossessato delle persone: come in un circolo vizioso le ha trascinate verso la ricerca ossessiva della velocità, del risparmiare tempo (e più lo si risparmia, più sembra non essere mai abbastanza).
Ma tutto ciò è veramente necessario? A fronte di un mondo alla deriva viene spontaneo chiedersi come si comporterebbe un essere umano cosciente di sé, un uomo o una donna liberi da pressioni, estranei alle illusioni, ai ruoli o a qualsiasi altra forma di condizionamento.
Un giorno mi sono visto da solo con i mille pensieri che mi facevano visita ordinariamente. La mia mente non faceva altro che scrutare e valutare i tempi, scorrere l’agenda, cercare l’ordine migliore per le cose da fare. Il mio spreco di energie era tale che probabilmente spendevo più risorse ad organizzarmi che a portare a termine gli impegni. La “macchina” era in moto e a pieno regime: ogni momento mi chiedeva di mantenere il controllo, invitandomi a calcolare al meglio tutte le cose, magari a rivedere ciò che già avevo programmato.
Eh si! I bravi psicologi sanno in che modo l’organizzazione maniacale del tempo, la fretta – tutte cose che vanno a nozze con l’ansia – possono diventare una vera e propria prigione psichica.
Ma quel giorno ne avevo abbastanza. In un parco, sulle rive del Po, le mie riflessioni sfiorarono uno dei novantanove Nomi di Dio: il Paziente. L’acqua del fiume scorreva lenta, costante, rilassata nel suo letto, e tutt’intorno gli alberi erano solidi, le loro foglie si lasciavano accarezzare dal vento, si abbandonavano a un dondolìo leggero; del pari gli uccelli si libravano nell’aria quasi facendo l’amore con lei.
Ciò che ho capito dopo è così sublime che per quanto mi sforzi non riuscirò a regalarvi con queste righe la stessa emozione. D’un colpo ho visto un ritmo uscire dalla creazione, una danza immobile si è manifestata ai miei occhi, e con una nuova cognizione ho percepito come tutte le cose create siano intessute di Pazienza. Immediatamente ho anche capito che a seguire le mie ansie è come se io stonassi rispetto a questo ordine generale. I fiumi, la pioggia, i pianeti… tutte le cose conoscono il proprio ritmo e non lo violano, non sembrano presi dalle nostre vicissitudini. Niente accelera, niente rallenta, tutto prosegue il suo cammino indisturbato. Soltanto l’uomo sembra dimenticarsene, e canta da solo come uno stonato in un coro perfetto.
Come il bimbo che quando ha imparato ad andare in bicicletta non lo dimentica più, così io ho appreso che per neutralizzare le ansie bisogna sintonizzarsi con il ritmo del creato, andare all’unisono con esso. Bisogna mettersi ad ascoltare quella pazienza e renderla propria.
Si era detto: come in alto, così in basso. Allora qui significa che così come Lui dà prova di possedere, o meglio, di essere la Pazienza, anche io nella mia natura primordiale la posseggo e posso operare secondo il suo ritmo. Riscoperto ciò, è mio compito decidere di riaccordarmi con quelle note oppure dimenticarmene.
E così quando mi accorgo che la macchina delle preoccupazioni prende il sopravvento, ecco che cerco soccorso nel ricordo di Lui. E spero che mi renda sempre più partecipe della Sua infinita, eterna Musica.
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